Continua la mobilitazione della società civile, con il mondo cattolico in prima
fila. Notarstefano (Ac): non si può tornare indietro sulla transizione ecologica
Sempre più in stallo le bonifiche dei siti inquinati. Meno di 8 mila ettari su
quasi 150 mila. Di questo passo ci vorranno almeno 60 anni per rimediare ai
danni di chi ha inquinato. I dati del rapporto “Le bonifiche in stallo”
motivano l’allarme di sei grandi associazioni, accomunate dall’urgenza di
fare «Eco giustizia subito, in nome del popolo inquinato», come chiede il
titolo della campagna itinerante lanciata insieme da Acli, Agesci, Arci,
Azione Cattolica italiana, Legambiente e Libera. Tutte chiedono «una
strategia nazionale per le bonifiche», per mettere «a sistema il risanamento
ambientale delle aree e la tutela della salute delle persone». Una grande opera
«che potrebbe creare, dice Confindustria, 200 mila posti di lavoro».
Dei 148.598 ettari di aree a terra inquinate, dunque, in 41 Siti di interesse
nazionale (Sin), solo il 6% (7.972 ettari) è stato finora bonificato. Appena il 5%
(cioè 6.188 ettari) ha avuto approvato il progetto di bonifica o messa in
sicurezza. E il suolo “caratterizzato”, con la definizione di tipologia e diffusione
dell’inquinamento, non va oltre il 24% (29.266 ha).
Male anche le falde: “caratterizzato” solo il 23% delle acque sotterranee, solo il
7% ha il progetto di bonifica o di messa in sicurezza approvato. Solo 2% le
falde bonificate.
Le sei associazioni sottolineano tre problemi: «Gravi ritardi negli iter
amministrativi» degli enti locali, per mancanza di mezzi, capacità, volontà.
Poi «una media bassissima di ettari bonificati l’anno»: 11 sugli oltre
140mila che restano. Infine la frequenza dei reati di omessa bonifica: 35 su
241 controlli dal 1° giugno 2015 (anno della legge sugli eco reati) alla fine
del 2023. Un reato ogni 6,8 controlli. Prima la Sicilia (17 reati), seguita da
Lazio e Lombardia (5 a testa), terza la Calabria (3) reati, quarta la
Campania (2).
Per le associazioni «l’esposizione cronica di oltre il 10% della popolazione nei
siti nazionali e regionali (6,2 milioni di persone) è responsabilità degli
inquinatori, ma anche di Stato e Regioni».
Ritardi negli iter amministrativi, media bassissima di ettari bonificati
l’anno, frequenti reati di omessa bonifica. Se i ritmi resteranno quelli
attuali, i Siti di interesse nazionale «più virtuosi o più fortunati» non
saranno sanificati prima del 2085. Per gli altri, tempi paragonabili a quelli per
smaltire le scorie nucleari: centinaia di anni se non di più. Il rapporto indica
anche una piano d’azione dettagliato per accelerare il processo di bonifica con
12 priorità in tre ambiti: «governance con aspetti normativi e procedurali»,
«integrazione degli aspetti sanitari», «reindustrializzazione per piccoli lotti».
Perché le bonifiche vanno a passo di lumaca? Tre i problemi. Pesano i gravi
ritardi negli iter amministrativi, la media bassissima di ettari bonificati l’anno, i
reati di omessa bonifica accertati negli ultimi 9 anni (dal 2015 al 2023). Senza
contare il problema dei fondi, per lo più pubblici: difficile concretizzare il
principio “chi inquina paga”.
Meno peggio per i Siti di interesse regionale: secondo Ispra nel 2023 sono
stati 38.556, dei quali 16.365 con procedimento in corso (42%) e 22.191
(58%) con procedimento concluso. Riguardo gli impatti legati alla salute,
secondo lo studio dell’Iss nelle aree inquinate si registra «un eccesso di
mortalità e di ospedalizzazione rispetto al resto della popolazione».
Per Giuseppe Notarstefano, presidente Ac, «non si può tornare indietro sulla
visione della transizione ecologica, che mette insieme ciò che è utile con ciò
che è giusto per un nuovo umanesimo». Emiliano Manfredonia, presidente Acli,
sottolinea che proprio «la Laudato si’, che compie 10 anni, ha affermato il
concetto di ecologia integrale, cioè la difesa dell’ambiente legata alla giustizia
sociale per gli “scartati” che abitano nei siti inquinati». E per Francesca Rispoli,
presidente di Libera, «le bonifiche non possono essere solo tecniche: bisogna
ridare speranza sociale ai territori. Papa Francesco era convinto che la questione
ambientale fosse anche questione sociale».