
Due domeniche fa ero nel Regno Unito per lavoro e mi sono imbattuto in un pub delizioso, con un piccolo fiume che gli scorreva accanto. Mi sono seduto e ho ordinato un panino con pollo, insalata e maionese. Guardandolo, mi sono subito immaginato i miei a casa alle prese con l’ennesimo piatto di pasta… e, lo ammetto, un pizzico di invidia l’ho provato. Ma mi sono fatto andar bene il panino e, mentre mangiavo, ho iniziato a scorrere le notizie sul cellulare. È proprio lì, in un pub di Salisbury, sotto un cielo nuvoloso, che ho letto uno studio del MIT sulle capacità cerebrali dei soggetti esposti a un uso intenso di ChatGPT. In un primo momento sono rimasto sbigottito, ma man mano che leggevo, il contenuto dell’articolo cominciava a sembrarmi sempre più logico. Alla fine, mi sono ritrovato con un’espressione di sdegno.
La notizia è questa: al MIT hanno condotto un esperimento per analizzare come il cervello reagisca quando lavora con o senza il supporto di un’intelligenza artificiale. Hanno diviso gli studenti partecipanti in tre gruppi, chiedendo loro di scrivere un breve saggio. Il primo gruppo ha fatto affidamento solo sulle proprie conoscenze; il secondo poteva usare Google come motore di ricerca; il terzo aveva accesso a ChatGPT. I risultati? Gli studenti che usavano Google hanno mostrato tra il 34% e il 48% in meno di connettività cerebrale rispetto al primo gruppo, mentre per chi utilizzava ChatGPT la riduzione arrivava intorno al 55%. Inoltre, nell’83% dei casi, coloro che avevano usato ChatGPT hanno avuto difficoltà nel ricordare frasi del proprio testo già pochi minuti dopo averlo scritto. Per completezza, vi segnalo anche l’ottimo articolo di RAI News che ne ha parlato (Link).
Letti così, questi numeri possono spaventare. Sembra quasi che ChatGPT ci stia rendendo meno intelligenti, più pigri, meno capaci. Ma provate a rileggere la notizia una seconda volta… notate qualche differenza rispetto alla prima lettura? Vi dico quello che ho notato: quei numeri, per quanto forti, portano a una conclusione in fondo piuttosto logica. È normale che una persona che lavora senza alcun supporto esterno attivi maggiormente le proprie risorse mentali: deve cercare ispirazione, strutturare il testo, revisionarlo. Al contrario, chi usa ChatGPT o Google si affida in parte (o del tutto) all’IA per fare questi passaggi, e di conseguenza l’attività cerebrale sarà inferiore.
La domanda che potreste farmi è: quindi questi studi sono inutili? Assolutamente no. Anzi, sono fondamentali. Sono proprio ricerche come queste che ci aiutano a progredire, sia scientificamente che socialmente. Ma i risultati devono essere interpretati con criterio, e le notizie riportate con consapevolezza. L’articolo della RAI lo fa bene, ma sul web circolano tantissimi post che utilizzano questi dati per alimentare il panico nei confronti di uno strumento che, già di per sé, suscita timori. Risultati come questi, per quanto sensati, non devono portarci ad evitare l’uso dell’intelligenza artificiale. Le IA fanno ormai parte della nostra quotidianità e rifiutarle significa isolarsi da una parte sempre più rilevante della società. Tuttavia (e qui mi rifaccio a quanto diciamo sempre allo Sportello dei Cittadini) l’uso delle IA non deve essere cieco, ma consapevole. Nel caso specifico, ChatGPT può essere un ottimo supporto per rivedere un testo, ma non possiamo rinunciare alla nostra stessa capacità di correggerlo; invece penso che l’uso di entrambi sia il connubio perfetto che possa permettere all’uomo di convivere con i suoi nuovi aiutanti. Se ci affidiamo completamente all’IA, è come fare un salto nel vuoto. Le IA devono invece essere un strumento di supporto, che potenzia l’efficacia e l’efficienza di un cittadino formato, critico e capace.
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Bellissimo articolo!